Labico on Video

Transumanza Eroica

30 marzo 2010

7-6

Il vantaggio numerico del centro-sinistra è una ben magra consolazione. Buona solo per chi non vuole vedere la realtà. Berlusconi ha vinto ancora una volta ed è stato capace di ribaltare per la seconda volta la situazione del Lazio. Pochi mesi fa il passaggio della regione alla destra era dato per certo, poi, con la candidatura della Bonino e il pasticcio delle liste, la situazione sembrava di nuovo favorevole al centro-sinistra. Certo, lo strapotere mediatico di cui dispone Berlusconi rende difficile ogni ragionamento di carattere politico e l'elettore-consumatore (la categoria preferita dal capo del Governo e da lui stesso plasmata nel corso degli anni) ha dovuto scegliere tra due prodotti, uno dei quali superpubblicizzato e l'altro pressoché sconosciuto. Del progetto politico dell'una o dell'altra coalizione poi non si è parlato praticamente affatto. E la campagna elettorale è stata fagocitata dal solito principio dell'investitura popolare al salvatore della patria. Su questo terreno, con questi strumenti, con questa disparità di risorse e di mezzi Berlusconi è riuscito nell'impresa. Chi, nel centro-sinistra, cerca di minimizzare la sconfitta commette un altro grave errore: quello di sottovalutare la gravità della situazione del nostro Paese. Con l'aggravante di avere un ruolo importante nel panorama politico. La tecnica è sempre la stessa: addossare ad altri la responsabilità della sconfitta, senza mai mettersi davvero in discussione. Date per scontate alcune questioni, come il grande vantaggio mediatico del centrodestra e una diffusa mancanza di capacità critica nell'elettorato, bisogna anche fare i conti con i propri limiti. Siamo davvero convinti che la proposta politica del centrosinistra fosse quella vincente? Siamo così sicuri che una classe politica che punta più alla perpetuazione del proprio ruolo istituzionale che a lanciare una proposta che sia davvero "alternativa" a questo coacervo di interessi e clientele che è il centrodestra sia adatta ad arginare questa drammatica deriva? Siamo proprio certi che inseguire la Lega sull'immigrazione, Forza Italia sul disprezzo delle regole (solo per alcuni), Alleanza Nazionale sulla sicurezza (ma solo nei confronti di alcuni) e tutti quanti (UDC compresa) su una sorta di neoclericalismo ipocrita e bigotto sia la strada giusta da seguire? E siamo in grado di cogliere il senso del ridicolo delle affermazioni di chi "accusa" della disfatta quelli che proprio non ce l'hanno fatta a votare per una proposta che non li convinceva? Chi ha votato per le liste di Grillo o per le piccole forze che hanno deciso di non "turarsi il naso" solo e soltanto in nome dell'antiberlusconismo, ma perché hanno bisogno di una proposta politica seria, credibile e davvero alternativa. Perché le questioni ambientali vengono sempre marginalizzate ed ignorate e si percorrono - a destra come a sinistra - più o meno le stesse strade per quanto riguarda la gestione dei rifiuti, le politiche infrastrutturali e della mobilità, il consumo del suolo, la strategia energetica e via discorrendo?
Ebbene io faccio parte della schiera dei delusi, quelli convintamente di centrosinistra, anzi di sinistra, che non hanno digerito alcune scelte dell'amministrazione regionale uscente. Un'amministrazione che - per dirne una - è riuscita a fare un "piano casa" (una norma di devastazione urbanistica che comporterà conseguenze devastanti sugli equilibri territoriali) peggiore di quello messo a punto da Berlusconi. E di delusi come me ce ne sono tanti e molti di loro, non sentendosi rappresentati da nessuna delle forze in campo, hanno rinunciato ad esprimere il proprio voto.
Penso che sia da irresponsabili scaricare su queste persone la responsabilità di una sconfitta o, peggio, ragionare su un ulteriore annacquamento della proposta politica per cercare di rincorrere il voto berlusconiano. Bisognerebbe avere il coraggio di rimettersi in discussione e cercare di ridare fiducia alle tante persone che non si sentono rappresentate da "questo" centrosinistra e, possibilmente, di non farla perdere a quelli - e non sono pochi - che sono un po' stufi di ingoiare rospi.

25 marzo 2010

L'arma finale

E così è arrivata. La minacciavano da tempo e alla fine l’hanno usata. Con la stessa determinazione del dott. Stranamore nel celebre film di Stanley Kubrick, ecco che Alfredo Galli ha premuto il bottone dell’“arma fine di mondo”: la denuncia. Che poi – attesa la tipologia di reato, perseguibile solo a querela della parte offesa – sia tecnicamente, per l’appunto, una querela è questione di marginale importanza. L’importante è che ormai il vaso era colmo e bisognava passare alle “maniere forti”. Fa sorridere questo analfabetismo giuridico, grazie al quale si considera il ricorso alla magistratura come uno strumento da usare nella contesa politica. E, sempre facendo ricorso all’analogia bellica, da utilizzare in risposta al “nemico” che si suppone abbia fatto uso della medesima arma. Peccato che queste armi abbiano bisogno di alcuni requisiti per poter svolgere in modo efficace la propria funzione. Nel caso in cui si indichi una persona come colpevole di un presunto reato, si devono poter fornire gli elementi per ricondurre la concretizzazione del reato alla responsabilità dell’accusato. Altrimenti si rischia di fare – quantomeno – una brutta figura. Proviamo a vedere quindi quale sarebbe il reato commesso dal sottoscritto. Il reato che mi si vuole attribuire è quello della diffamazione “a mezzo stampa”.
Partiamo dai valori democratici e costituzionali che sono in gioco. Da una parte c’è il diritto a manifestare il proprio pensiero – con la parola, lo scritto o altro mezzo di diffusione – sancito dall’articolo 21 della Costituzione e dall’altra c’è la reputazione della persona, che merita, giustamente, piena tutela ed è quello che fanno gli articoli 594 e 595 del Codice Penale su ingiuria e diffamazione. Spesso non è semplice individuare la linea di confine, oltrepassata la quale ciò che era un diritto di rango costituzionale diventa una lesione del diritto altrui alla propria onorabilità. Non vale, evidentemente, la valutazione soggettiva della persona offesa, ma è necessario individuare criteri di giudizio che permettano un corretto bilanciamento tra diritto di critica e/o di cronaca e tutela della sfera individuale. Su questo punto c’è, vivaddio, una corposa produzione giurisprudenziale che permette di avere un quadro abbastanza chiaro su quali siano gli elementi del reato e per capire su quali basi si fonda l’addebito contestato.
Purtroppo, quarantotto ore dopo aver saputo di essere oggetto di una querela, non so ancora su quali elementi si basi. Infatti, Alfredo Galli (attualmente imputato in un procedimento penale per un reato contro la pubblica amministrazione) con l’obiettivo di tutelare la propria onorabilità, comincia sparando subito una bella balla. “Ho sporto denuncia per diffamazione a mezzo stampa presso la locale stazione dei carabinieri”, si legge su Cinque del 24 marzo 2010. Peccato che questa “denuncia” ancora non esista e lui stesso si corregge su Cinque e su “Il resto” del 25 marzo 2010. La ragione è piuttosto semplice da comprendere. Galli si è molto infastidito per l’articolo sul suo permesso di costruire e l’ha ritenuto offensivo. Nessuno però ha fatto in tempo a spiegargli che il reato di “lesa maestà” è stato abrogato da tempo dal nostro ordinamento giuridico e, in presenza di alcune condizioni esimenti, l’esercizio del diritto di critica non integra alcuna fattispecie di reato. L’importante è che vengano rispettati determinati limiti. Ovviamente non bisogna raccontare frottole (ma, nel caso, sappiamo chi ci può dare lezioni) e non devono esserci termini ed affermazioni insultanti. Una volta narrati i fatti, a seguito di un diligente lavoro di ricerca delle notizie, si ha pieno ed incontestabile diritto ad avere, su quei fatti, un’opinione, anche non condivisibile, perfino scomoda. Ed è esattamente quello che è successo nel mio articolo, nel quale ricostruisco con grande rigore – sulla base della documentazione fornita dagli uffici comunali – una singolare procedura di rilascio di un permesso di costruire. Ed è proprio su quella singolarità e su quelle che, a mio avviso, costituivano delle anomalie che ho espresso delle perplessità. La circostanza che la maggioranza - anziché accettare la nostra proposta di fare piena luce sulla vicenda, nell’interesse dello stesso Alfredo Galli, che avrebbe potuto fugare così ogni dubbio in proposito –abbia preferito mettere tutto a tacere, la dice lunga sulla voglia di trasparenza dei nostri amministratori. A questo punto mi è sembrato legittimo – dopo aver atteso per mesi il dibattito in consiglio comunale, che costituisce la sede naturale del confronto politico-istituzionale - spiegare tutta la vicenda in un articolo ed esprimere una serie di dubbi sulle “stranezze” della vicenda; a partire dagli atti citati dal responsabile dell’ufficio tecnico come prova pressoché inoppugnabile sulla regolarità della procedura, non inseriti nella documentazione, e che – una volta richiesti – nessuno è stato in grado di ritrovare.
Tra le argomentazioni a supporto della sua tesi il vicesindaco fa anche un piccolo harakiri. Incurante del fatto che io abbia fatto rilievi esclusivamente sulla procedura di rilascio di un permesso di costruire in zona agricola, si spertica a spiegare che quegli immobili – la cui edificazione, secondo la norma in base alla quale sono stati autorizzati, dovrebbe essere consentita “soltanto se necessaria alla conduzione del fondo e all’esercizio delle attività agricole e di quelle ad esse connesse” – hanno rapidamente visto cambiare la propria destinazione d’uso, prima attraverso una pratica ASP (Agenzia sviluppo provincia) e poi con la legge n. 104 del 1992. In pratica, quindi, l’utilizzazione degli edifici per la conduzione del fondo non si è mai verificata e, prima ancora di essere terminati, hanno già mutato la propria funzione. Ed è proprio Galli a dirlo, non io. Ammettendo, non so quanto consapevolmente, che la propria vocazione ad occuparsi di agricoltura è durata veramente poco. E di questo non possiamo che dolercene. Infatti, pur riconoscendone “passione ed amore” dei suoi trent’anni di operato politico, siamo convinti che potrebbe fare di più e meglio come lavoratore della terra. Se non per lui, almeno per noi tutti.

24 marzo 2010

L'articolo incriminato

Braccia rubate all’agricoltura
Come si fa a costruire in zona agricola senza essere imprenditori agricoli e senza disporre del lotto minimo stabilito dalla normativa vigente? La risposta è semplice: basta ricoprire l’incarico di primo cittadino ed il gioco è fatto. E’ quello che è successo ad Alfredo Galli, il quale, alla fine del 2004, ha avuto un regolare permesso di costruire per ben due immobili. Uno destinato ad abitazione ed un altro destinato a ricovero degli attrezzi. E, a guardare i progetti, uno dei più lussuosi ricoveri per attrezzi che la millenaria storia dell’agricoltura ricordi. Ma, potrebbe chiedersi qualcuno bene informato, come è possibile che il comune abbia rilasciato un permesso di costruire quando da oltre un anno era stata approvata una legge che elevava a 30mila metri quadrati il lotto minimo per la costruzione di immobili ad uso agricolo? Una norma – si badi bene – che aveva come ratio ispiratrice proprio quella di evitare che i furbi sfruttassero norme di settore per costruirsi ville faraoniche. Il principio della norma è (sarebbe): sei agricoltore? lavori la terra? bene, è giusto che tu possa edificare in zona agricola, perché bisogna incentivare quel tipo di economia e la valorizzazione dei terreni agricoli. Non fai l’agricoltore? Allora non fare il furbo e comprati un terreno edificabile.
Invece ecco che, da qualche parte, spunta una bella richiesta di permesso di costruire che risale addirittura al 2000. La domanda - siglata dal padre del sindaco, poi deceduto - è rimasta nel cassetto dell’ufficio tecnico per oltre quattro lunghi anni. Di quel periodo non si ha traccia di un sollecito, di una lettera, di una richiesta di riscontro. Nulla. La domanda del primo cittadino non trova alcuna risposta. Ora, chi conosce le norme in materia di edilizia e di urbanistica sa bene che, in assenza di risposta, le domande si intendono respinte (silenzio-diniego) e l’inerzia del richiedente comporta l’automatica decadenza della domanda. Non nel caso del nostro sindaco. In questo caso la domanda, della cui effettiva presentazione qualcuno più malizioso di noi potrebbe dubitare, pare potesse valere ad libitum. Ma, potrebbe obiettare il solito noioso conoscitore di leggi e codici, anche se la domanda fosse davvero ancora valida, il fatto che sia intervenuta una norma a modificare i requisiti per il rilascio del titolo edificatorio dovrebbe comunque produrre i suoi effetti e, in assenza di quei requisiti, il permesso non l’avrebbero dovuto rilasciare. Tempus regit actum salmodiavano i latini, che di diritto se ne intendevano alquanto. Ma i tempi, rispetto a Cicerone, sono cambiati parecchio (e in peggio, purtroppo) e adesso le leggi non si applicano, si interpretano. E’ così – ha spiegato con accalorata convinzione il responsabile dell’ufficio tecnico (sì, lo stesso che ha scritto le osservazioni al piano regolatore un anno dopo averle protocollate) – che bisogna interpretare la norma transitoria della legge del 2003. Ma se uno decide di andarsi a leggere davvero il testo, scopre che la norma richiamata dal tecnico fa riferimento – e sulla base di una serie di condizioni che non devono comunque configgere con la norma nazionale (di rango superiore) – ad un arco temporale ben preciso: 31 gennaio 2002, 30 luglio 2002. E’ sufficiente leggere il combinato disposto delle due leggi regionali in questione. Non sono previste deroghe, neppure per i sindaci che, con la scusa di realizzare un fabbricato agricolo, vogliono tirare su due belle ville. Non contento l’azzeccagarbugli dei nostri tempi decide di tirare fuori l’asso dalla manica: una domanda di permesso di costruire del 1999 e il relativo permesso del 2000. A parte la gravità di tirare fuori le carte all’ultimo momento - ché se si chiede “l’intera documentazione”, intera deve essere, altrimenti si mettono i consiglieri nella condizione di dare giudizi sbagliati sulle questioni che vengono esaminate - in questa circostanza il coniglio tirato fuori dal cappello appare un po’ malaticcio e non risolve affatto la questione anzi, forse, la aggrava. Infatti, se davvero c’era un permesso di costruire nel 2000 per quale ragione, sempre nel 2000, l’interessato avrebbe avvertito l’esigenza chiedere un nuovo permesso di costruire? Al limite avrebbe avuto senso una variante o comunque un qualsivoglia atto che facesse riferimento al diritto già acquisito. Invece nella richiesta del 2000 non c’è nulla di tutto questo. La sensazione è che, come spesso capita, chi ha (e dà) le carte giochi scorretto. Noi, chiedendo di affrontare la questione in consiglio comunale, speravamo di levarci qualche dubbio, invece a quelli che avevamo se ne sono aggiunti di nuovi. Invidiamo quindi la granitica certezza dei consiglieri di maggioranza, i quali, nonostante le evidenti discrepanze della ricostruzione dei fatti, davano per buona qualunque versione legittimasse l’edificazione dei due imponenti edifici in zona agricola. Anzi tutti a gridare contro l’accanimento giustizialista nei confronti del povero (ex) sindaco e a prendere per oro colato tutto quello che diceva il tecnico. La nostra proverbiale diffidenza però ci ha portato a chiedere i documenti tirati fuori all’ultimo momento (domanda e permesso del 1999 e del 2000) e, indovinate un po’, quegli atti non esistevano. Il consiglio comunale si è quindi espresso dando per buona una ricostruzione dei fatti basata sul nulla. Del rispetto della legge, dell’imparzialità della pubblica amministrazione, della legalità, dei diritti, in realtà non interessava nulla a nessuno. La vera tesi sostenuta dalla maggioranza è, seppur stravagante, di grande efficacia: ma, insomma, in questo paese tutti fanno i furbi e uno – solo perché, poverino, è il primo cittadino – dovrebbe rinunciare a praticare lo sport nazionale? Quella sì che sarebbe una vera e intollerabile ingiustizia.

22 marzo 2010

L’insostenibile leggerezza dei debiti

Cerchiamo subito di chiarire una questione. Quando un ente locale è chiamato a “riconoscere” l’esistenza di debiti fuori bilancio vuol dire una cosa molto semplice: sotto c’è qualche magagna. Quando la gestione contabile è fatta in modo impeccabile questo tipo di strumento non serve. Invece è la seconda volta che il nostro comune vi ricorre in pochi mesi. Proviamo a partire dall’inizio. Tutto nasce nel 2007 dagli errori commessi nella procedura seguita per la fornitura della pavimentazione degli impianti sportivi, per la quale, anziché seguire le procedure stabilite dalla legge, l’allora sindaco, Alfredo Galli, fece direttamente l’ordine alla ditta, in assenza degli adempimenti per l’assunzione degli impegni di spesa che impone la legge. Questa “leggerezza” ha anche fatto perdere le risorse stanziate dalla regione Lazio per coprire la spesa. Così la ditta, che correttamente aveva fornito la pavimentazione, ha inviato al Comune le fatture per il pagamento.
A questo punto c’è l’avvicendamento tra le poltrone e, come nella quadriglia, sindaco e vicesindaco si scambiano di posto. Cambia la massima carica del comune, ma ne resta immutato il (discutibile) senso di responsabilità. Infatti, il nuovo sindaco, anziché porre rimedio alle negligenze del proprio predecessore e sodale, ha pensato bene di non rispondere alle richieste di pagamento ed ai solleciti che venivano dalla ditta fornitrice, peggiorando ulteriormente la situazione. Comprensibile l’avvio di un’azione legale da parte della ditta e inevitabile il pronunciamento del tribunale civile, prima con un’ingiunzione di pagamento (nel 2008) e poi con un atto di precetto.
Ovviamente di tutto questo noi consiglieri dell’opposizione siamo stati tenuti all’oscuro per tre lunghi anni, fino a quando la maggioranza non si è resa conto che l’unica possibilità per uscirne era quella di portare il riconoscimento dei debiti fuori bilancio in consiglio, appellandosi al nostro senso di responsabilità. In pratica prima combinano guai, violano la legge, fanno tutti i sotterfugi possibili, poi chiedono a noi di essere responsabili.
Senso di responsabilità che, comunque, noi abbiamo cercato di applicare, chiedendo però il rispetto di due condizioni minime: trasparenza e ripristino della legalità.
Trasparenza perché, come spesso capita, avevano “dimenticato” di mettere tutte le carte nel fascicolo e, ad esempio, si scopre che c’era un avvocato che – senza alcun mandato – stava trattando con la ditta una “via d’uscita” al limite della legalità. In pratica – a leggere la corrispondenza intercorsa – sembra di capire che qualcuno si era preso la briga – a nome del comune – di proporre la stesura di un contratto che potremmo definire “postumo”, accompagnato da una “scrittura privata riservata”. Insomma un piccolo imbroglio. Con nobili finalità, per carità. Anzi se la ditta non avesse risposto qualcosa del tipo “Ma siete matti?” probabilmente non avremmo mai saputo nulla.
Legalità perché la norma parla chiaro: sono riconoscibili i debiti solo nei limiti di effettiva utilità ed arricchimento dell’ente. In pratica soltanto la pavimentazione. Non si possono mettere certo le spese legali della ditta che si sta affannando da tre anni per vedere riconosciuto il proprio credito, né tantomeno le spese legali dell’amministrazione comunale, rese necessarie dall’incompetenza ed incapacità di chi amministra. Per pochi che siano, ma siamo comunque nell’ordine di diverse migliaia di euro, sono sempre soldi dei cittadini che vengono sperperati per sanare i guai che combinano i nostri sedicenti amministratori.
Noi abbiamo chiesto, nel rispetto della legge, quanto segue: riconoscere i debiti solo per la parte della pavimentazione; far pagare a sindaco e vicesindaco le maggiori spese che, sempre a rigor di legge, erano imputabili alla loro negligenza. Con queste condizioni abbiamo dato la nostra disponibilità a votare a favore della delibera. Superfluo dire che i soldi pubblici si possono sperperare senza ritegno, ma gli stipendi di sindaco e vicesindaco (pagati sempre coi soldi pubblici) proprio non si toccano. Proposta, dunque, bocciata (anche col voto di Alfredo Galli, parte in causa). Questo sì che è il senso della responsabilità. Lo stesso senso di responsabilità dimostrato dal principale artefice del pateracchio, il sindaco, che ha preferito attendere che il consiglio licenziasse l’atto prima di fare capolino, come se la questione non lo riguardasse.

19 marzo 2010

Processi...


La notizia è presto detta: Alfredo Galli è stato rinviato a giudizio. Il giudice dell’udienza preliminare ha infatti ritenuto che gli elementi acquisiti durante le indagini preliminari fossero idonei a sostenere l’accusa in giudizio. Si è pertanto ritenuta ragionevolmente fondata la tesi del pubblico ministero, il quale contestava al nostro vicesindaco il reato di abuso d’ufficio.
Nella sostanza è ciò che anche noi dell’opposizione stiamo affermando da tempo: non si può confondere l’amministrazione di un ente pubblico con la gestione delle proprie private faccende. L’investitura popolare incontra un limite invalicabile che è quello del rispetto delle leggi. Bisogna ricordare che, nella circostanza su cui adesso si è avviato un procedimento penale, noi avevamo chiesto all’amministrazione una correzione di rotta ed un’ammissione di responsabilità. La risposta è stata quella dell’arroganza e della protervia, al punto da ribaltare le nostre ineccepibili critiche in un’accusa nei nostri confronti, culminata in un famoso volantino (e manifesto) in cui campeggiava a caratteri cubitali la scritta “VERGOGNA”. Ossia chi aveva violato la legge chiedeva di vergognarsi a chi della legge auspicava il rispetto. S’è girato i monno, verrebbe da dire alla labicana.
Non è mai un buon segno quando la contesa politica intraprende la via giudiziaria, una strada che non piace a nessuno ed il cui ricorso non può che essere l’ultima spiaggia, dopo averle provate tutte (come noi abbiamo fatto) per riportare la dialettica politica nel giusto alveo. E speriamo sinceramente che il risultato possa essere esclusivamente un’attribuzione di responsabilità nei confronti di chi ha violato la legge, senza che nessuno possa avere debiti con la giustizia. Soprattutto chi, realmente immune da colpe, si è ritrovato a sedere sul banco degli imputati. Purtroppo a noi non è stata data alcuna scelta e irresponsabilmente la maggioranza si è arroccata su posizioni indifendibili ed è chiaro che, di fronte ad illeciti acclarati, il nostro silenzio avrebbe potuto essere letto come connivenza e noi avevamo detto sin dall’inizio che vogliamo dare una scrollata al “sistema”. L’unico modo indolore perché questo avvenga è una seria presa di coscienza da parte dell’attuale maggioranza, che dovrà ripensare la propria azione amministrativa in una cornice di legalità e trasparenza, possibilmente affrancandosi dai personaggi maggiormente compromessi. Ormai i cittadini cominciano a rendersi conto di quali fossero le dinamiche politiche e si aspettano che qualcosa cambi. Chi da quelle dinamiche ha tratto o spera di trarre vantaggi in futuro sa che adesso non sarà più così facile fare promesse e accordare favori. Il nostro obiettivo è quello di garantire alla pubblica amministrazione alcuni requisiti minimi in termini di correttezza ed imparzialità. Chi si candida a governare dovrà confrontarsi sulla competenza, sulle proposte e sui programmi. Ed è su quello che i cittadini dovranno essere chiamati a scegliere.

3 marzo 2010

Riduzione indennità? Una nostra proposta

Labico. Berlenghi: “La riduzione delle indennità è frutto di una proposta dell’opposizione”

“Ancora una volta il vicesindaco, Alfredo Galli, cerca di prendere dei meriti che non ha e di far passare come spontanea la decisione di decurtare gli stipendi della giunta. La maggioranza, infatti - dichiara Tullio Berlenghi, capogruppo di minoranza - aveva giustificato la scelta di ridurre gli assessori con la necessità di tagliare le spese. Quando hanno cambiato idea e hanno nominato il quarto assessore, hanno “dimenticato” il nobile proposito illustrato solo una settimana prima. A ricordarlo ci abbiamo pensato noi dell’opposizione con la presentazione di un atto di indirizzo con il quale abbiamo invitato il sindaco e la giunta a ridurre proporzionalmente le indennità della giunta per un ammontare di 12mila euro (l’equivalente dell’indennità di un assessore). All’inizio il sindaco aveva addirittura dichiarato che avrebbe votato contro la nostra proposta e, solo dopo una sospensione della seduta chiesta dall’assessore Di Stefano, la maggioranza ha deciso di votare a favore e l’atto è stato approvato all’unanimità. Adesso - conclude Berlenghi - bisognerà solo vedere quanto tempo ci metteranno a metterlo in pratica".

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1 marzo 2010

Berlenghi: “Per Giordani ennesima dimostrazione di inconsistenza politica”

“La vera novità è che, questa volta, ci hanno messo poco a prendere una decisione e a nominare Nadia Ricci assessore alla pubblica istruzione. A quanto pare la situazione di stallo che si era creata - e aveva portato la maggioranza a voler ridurre il numero degli assessori pur di non dover scegliere il quarto - è stata risolta dall’uscita di Mariolina Saviano, che ha preferito salvaguardare la propria dignità umana e politica piuttosto che partecipare all’ignobile teatrino a cui si stava assistendo da mesi”. Con queste parole Tullio Berlenghi, capogruppo di minoranza, commenta la nomina, dopo quasi un anno di stallo, del nuovo assessore labicano.

“Il comportamento del nostro Sindaco, in questa delicata circostanza, si è rivelato quanto mai inconsistente arrivando a creare una situazione che ha rasentato il ridicolo. Giordani – continua Berlenghi - ha brillantemente dimostrato, se mai ce ne fosse bisogno, di essere in minoranza nella sua Giunta e di avere la stesso potere decisionale e politico di un due di coppe quando regna bastoni”.

La cosa più significativa di questo consiglio comunale è stata che, per la prima volta, si è dedicata un’intera assise alle istanze dell’opposizione. “Erano questioni in parte datate – conclude il capogruppo di Cambiare e Vivere Labico - e sulle quali si era sempre registrata un’assoluta mancanza di disponibilità al confronto da parte della maggioranza ed è stato il senso di responsabilità del presidente del consiglio ad imporne la calendarizzazione. Tra gli atti esaminati, mi preme ricordare l’approvazione della mozione che chiede la verifica della sicurezza e stabilità degli edifici scolastici, e – a dimostrazione della sua origine totalmente pretestuosa - il voto unanime alla mozione che elimina la delibera 95, quella che limitava gli spazi pubblici usufruibili dalle associazioni del paese”.


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Alle colonne d'Ercole

Alle colonne d'Ercole
La mia ultima avventura