Labico on Video

Transumanza Eroica

31 marzo 2007

Alberto e Mohammed - Avanti Pop a Colleferro




Mi chiamo Alberto e ho otto anni. Mi piace giocare a pallone sulla sabbia, mi piace il computer, passo un sacco di tempo davanti ai videogiochi - mi piacciono i giochi con i soldati, gli elicotteri e i carri armati -  e vado pazzo per il gelato al cioccolato, anche se mia mamma non me lo compra sempre. Mia mamma e mio papà mi vogliono bene e io sono contento. Da qualche tempo però sembra che me ne vogliano di più. Mi coprono di mille attenzioni, si preoccupano per ogni cosa e mi chiedono sempre se sto bene. In effetti non sto tanto bene. Quest’estate al mare ho chiesto di poter tornare a casa. “Perché?” mi hanno chiesto. Perché sto male. Ecco perché. Un dolore fortissimo. Un dolore che non so spiegare. Sì perché i grandi ti chiedono sempre di spiegare il dolore, perché ti vogliono aiutare, perché vogliono capire. Ma io non so spiegare il dolore. Sono troppo piccolo per capirlo il dolore, figurarsi per spiegarlo. Il dolore è una cosa che ti mangia dentro. Io non piango. Non mi lamento. Non protesto. Voglio solo tornare a casa mia. Non mi interessa più giocare al pallone sulla sabbia e non voglio neppure il gelato al cioccolato. Voglio andare a casa mia.



Mi chiamo Mohammed e ho otto anni. Mi piace giocare a pallone con i miei amici. Mi piace anche il gelato al cioccolato. Il computer non ce l’ho e forse per questo io e miei amici passiamo molto tempo in giro fuori casa. La mamma dice che è pericoloso e che sarebbe meglio non farlo, ma lei non ha tempo di controllarci e noi in giro ci andiamo lo stesso. In fondo si sa che i genitori si preoccupano sempre più del necessario.
Non è che mi ricordi molto. Stavamo giocando, come sempre, nei dintorni del nostro villaggio. Correvamo. Il gioco più bello e più semplice del mondo. Correre. E io correvo, velocissimo. Mi chiamavano lampo. Era difficilissimo prendermi. E io non smettevo di correre. Velocissimo come sempre, come un lampo. Poi il boato. Poi il buio. Non ricordo più nulla. Solo il buio e il fumo. Un fumo che mi faceva tossire e mi faceva bruciare gli occhi. Basta. Non ricordo nient’altro. Non ricordo neanche il dolore. Il dolore è cominciato dopo. All’ospedale. Un dolore tremendo. Un dolore che leggevo negli occhi bagnati di pianto di mia mamma. Un dolore che io non riuscivo a capire. Non si può capire il dolore.



“Alberto, spegni il televisore: è ora di dormire adesso”. E’ la TV a farmi compagnia nelle giornate trascorse tra casa mia e l’ospedale. A scuola ci vado poco, perché devo fare la terapia. In ospedale ho conosciuto molte persone gentili, dottori e dottoresse, e anche altri bambini. Vengono anche delle maestre per farci fare i compiti della scuola. Papà e mamma non mi spiegano tutto. Cercano solo di starmi vicino. Ogni tanto li sento parlare tra loro o con i dottori, ma dicono un sacco di parole che non capisco. Ho capito che quando abbassano la voce devono dire qualcosa di importante. Ed è così che ho capito come si chiama il mio dolore. Ha un nome buffo il mio dolore. Si chiama linfoma nonsocosa. Papà e mamma sono preoccupati e forse si sentono anche un po’ in colpa. Come se dipendesse da loro. Ma io lo so che non è colpa loro e che mi vogliono bene.
Adesso però sto un po’ meglio. Mi sento solo molto stanco. Passo molto tempo a casa e guardo tanto la televisione. Guardo quello che capita. Cambio canale col telecomando e sento quello che dicono i grandi. I grandi sanno sempre tutto. E io li ascolto con ammirazione. Ho scoperto, per esempio, che nella città dove abito io si fabbricano tante cose: insetticidi, pesticidi, esplosivi, carrozze ferroviarie, missili. Ci sono anche dei posti, come degli enormi forni, dove bruciano rifiuti per produrre energia. E ho scoperto che spesso i grandi devono usare sostanze pericolose e che spesso devono buttarle via, queste sostanze. Da qualche parte. E se poi - senza preoccuparsi troppo - le buttano lì vicino, guadagnano di più, anche se è più pericoloso. Ma non è che sia proprio pericoloso. Sembra che si creino delle robe, delle cose che si chiamano “esternalità”. Ho scoperto di essere anche io un’esternalità. Non ho capito proprio bene cosa significhi. Ma è un po’ qualcosa che non c’entra niente e non dovrebbe succedere però succede lo stesso. Certo sarebbe meglio se non succedesse. Ma se succede è un’esternalità. Niente di preoccupante a quanto pare. Un po’ come dire “cose che capitano”. O come dire “effetti collaterali”. Ho imparato anche questo guardando i grandi in TV. Ce n’era uno che si illuminava come un bambino, come me insomma. Non che io mi illumini più tanto facilmente in realtà. Ma questo si illuminava quando parlava di una bomba speciale che si erano inventati e che poteva colpire il nemico.
Nemico. Che parola strana, nemico. Pensavo si usasse solo nei giochi. Quelli che faccio io al computer. Il nemico è quello che devi colpire. E se lo colpisci sei bravo e vinci. Ma è un gioco. Non pensavo che anche i grandi avessero un nemico.
Invece quello che si illuminava un nemico evidentemente ce l’aveva. E qualcuno, in televisione, però gli diceva che quel nemico poteva anche essere un bambino, uno come me insomma. Ma quello non se ne preoccupava. Diceva che sono “effetti collaterali”. Cose che sarebbe meglio se non succedessero. Ma se succedono sono “effetti collaterali”. Cose che capitano, insomma.



Poi, un giorno, ho scoperto che nella città dove abito io costruiscono proprio quelle bombe lì. C’è una fabbrica dove ci sono dei signori che vengono pagati per fare quelle bombe. Qualcuno dei grandi dice che nella città dove abito io ci sono molte fabbriche che producono cose pericolose. Non solo per il “nemico”. Anche per quelli che lavorano nelle fabbriche e per quelli che abitano vicino alle fabbriche, proprio come me. Ma gli altri grandi, quelli più importanti, quelli più “grandi”, dicono che non è vero niente e che, casomai, sono “esternalità”. E che non si può mica fermare l’economia.
Io sono piccolo. Non so nemmeno cosa sia l’economia e perché non si possa fermare. Però alcune cose, piano piano, le sto capendo. Sto capendo, ad esempio, che dei grandi bisogna fidarsi fino ad un certo punto. E che quando dicono che una cosa non dovrebbe succedere intendono dire che molto probabilmente succederà. E così ho capito che quel bambino di cui parlavano alla televisione, quello che non era il nemico, ma che stava da quelle parti lì, l’effetto collaterale per capirci, quel bambino c’è davvero. Già un bambino, proprio come me. Probabilmente ha la mia stessa età. Magari non si chiama Alberto come me, perché vive in un paese lontano e avrà un nome un po’ strano. Ma quel bambino c’è sicuramente e forse anche lui sta cercando di capire come funziona il mondo dei grandi, proprio come me. Sono strani i grandi. Chissà se ci riusciremo a capirli, i grandi. Io so solo che ci sono dei giochi che non mi piacciono più.

Alle colonne d'Ercole

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La mia ultima avventura